LA VEGLIA DEL GIGANTE BUONO DI VIA QUARTO

Negli anni dal 1926 al 1937 con la bonifica si diede vita alla colossale modifica di un ecosistema paludoso che aveva imperato per millenni nell’Agro Pontino.
Decine di migliaia di persone, sotto la guida dei migliori tecnici e scienziati dell’epoca, strapparono un’area di oltre 20.000 ettari ai cigni rossi, alle starnazze, ai cavalieri d’Italia, agli aironi, alle innumerevoli specie di rettili, anfibi e insetti, alla terribile zanzara anofele responsabile della malaria, e la resero un habitat nel quale l’uomo si potesse insediare e sviluppare le proprie attività. Per questo vennero anche deforestate le inestricabili selve di Cisterna, di Terracina, del Circeo, lasciandone un solo frammento, il Parco nazionale del Circeo, a testimonianza imperitura del potere dell’uomo sulla natura.
Venne così creata una immensa pagina bianca, nella quale poter scrivere una storia che scaturisse direttamente dal pensiero e dalla fantasia umana, senza alcun vincolo esterno.
Per le sue capacità protettive come frangivento e per l’effetto benefico che le sue radici avide d’acqua avrebbero avuto su un terreno che ne era ancora imbibito, si scelse una pianta dall’Oceania, nota anche per le sue proprietà medicinali: l’Eucaliptus. Gli eucalipti spontaneizzati andarono così a rappresentare pressoché l’unica specie di flora arborea presente nell’Agro Pontino. 
Con una epopea che ha ispirato innumerevoli opere letterarie e cinematografiche, sono sorte città, paesi, borghi, si sono insediate industrie, artigiani, allevatori e agricoltori. E loro, gli eucalipti, erano li a fare la loro parte, silenti giganti testimoni di questa straordinaria avventura umana.
Hanno assistito al confluire di genti da ogni parte d’Italia che si sono mischiate, si sono conosciute e riconosciute nello stesso impegno a dare un senso alla propria esistenza e a quella della loro discendenza.
Come in tutte le storie umane, i sentimenti nobili si sono però scontrati con la parte oscura dell’anima e una terra vergine che sarebbe potuta diventare un modello delle capacità e delle potenzialità della mente e dell’opera dell’uomo, è stata invece interpretata e vissuta come terra di conquista.
Una terra in cui tutto, cose e persone, avesse un prezzo. Spesso basso, perché non includeva il valore sedimentato nel susseguirsi stratificato delle generazioni in cui si radicano sentimenti e principi e legami per recidere i quali talvolta il denaro non può bastare.
E così, in questo caos di sogni infranti, i cittadini di Latina si sono ritrovati a vedere vanificati pressoché tutti i tentativi di mettere quelle radici che potessero stabilire un rapporto solido con il territorio.
Ma almeno gli eucalipti erano lì, dove sono sempre stati da quando Latina è nata ed è stata abitata. E chissà quanti cittadini di Latina, ormai adulti o anziani, saranno andati a respirare forte per ritrovarsi, all’ombra di quei rami e di quelle fronde che li hanno visti giocare da bambini. E loro, gli eucalipti, unici veri monumenti di questa città con poca arte, generosi come sempre, li hanno accolti e aiutati a superare il momento difficile. Se non gratitudine, meritano almeno rispetto.
Eppure la sega a catena entra ancora in azione e recide il Gigante Buono di via Quarto perché qualcuno ha deciso che proprio lì, in quel triangolino di terra in cui il grande eucalipto risiedeva e dove era miracolosamente sopravvissuto alla città che gli era cresciuta intorno, vanno realizzati quindici appartamenti. E pazienza se ci sono tanti appartamenti vuoti e invenduti a Latina. Quello è un buon posto e stavolta, forse, ci scappa l’affare. E pazienza se non potranno essere rispettati gli standard urbanistici, tanto c’è la compensazione.
Invece quello che non c’è è una idea di città. Gli urbanisti, che hanno vissuto il momento d’oro della pianificazione ma non hanno saputo sostanziarlo, ora sono ridotti al ruolo di agrimensori. Da una parte hanno la pressione della speculazione o forse di qualcosa di peggio, dall’altra i conti dei planivolumetrici da far tornare. E in questa morsa non c’è nessuno spazio per l’immaginazione, la creatività, la genialità.
C’era un po’ di gente a piangerlo, il Gigante Buono di via Quarto, la sera di domenica 2 novembre. Ciascuno si era portato un lumino e qualcuno anche delle lanterne che si sono staccate da terra per volare alto.
Cosa che molti uomini non sembra siano più in grado di fare.

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